VISITA GUIDATA CON ARCHEOLOGO

Andremo alla scoperta di uno dei sepolcri antichi meglio conservati di tutta Roma.
La scoperta del Colombario avvenne nel 1831 ad opera del grande studioso e collezionista Pietro Campana (1808 – 1880), che oltre al colombario di Pomponio Hylas scoprì due altri colombari vicino al sepolcro degli Scipioni.
Il Campana mise insieme una delle più grandi collezioni del XIX secolo di sculture ed antichità greche e romane, sempre alla ricerca di tesori antichi. La sua storia non ebbe un lieto fine, infatti cadde in disgrazia e si vide vendere tutti i suoi beni che aveva peraltro impegnato al Monte di Pietà.
Tale ipogeo è stato datato tra il 14 ed il 54 d.C. ma prende il nome da uno dei suoi ultimi proprietari: Pomponio Hylas… il quale lo comprò per sé e per sua moglie. Meno noto rispetto alle famigerate catacombe, il colombario era una tipologia di costruzione funeraria collettiva piuttosto diffusa fra i romani. Ivi non mancheranno meravigliose decorazioni simboliche che ci permetteranno di raccontare il mondo funerario romano, tanto vasto quanto misterioso.


  • DURATA: 1 ora e 30 minuti
  • CONTRIBUTO: 20€ biglietto e guida inclusi
  • APPUNTAMENTO: Via Livenza, 4 Roma

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La nostra Visita Guidata:

IL PARCO DEGLI SCIPIONI

Ci troviamo all’interno del Parco degli Scipioni, esattamente tra Via Latina e Via Appia Antica.
Si tratta di una zona molto particolare, da sempre in contrasto tra l’avanzata delle costruzioni moderne e la tutela paesaggistica ed archeologica.
Seppur all’interno delle mura aureliane costruite tra 270 e 275 d.C, questa zona fu per secoli al di fuori del centro storico di Roma, racchiuso idealmente all’interno delle mura serviane.
Un’antica periferia nella quale durante il XIX e XX secolo sono stati rinvenuti una serie di monumenti sepolcrali che ci hanno permesso lo studio della Roma dell’aldilà.
Infatti in quest’area abbiamo testimonianze che vanno dal III secolo a.C ed allontanandoci da Roma seguendo le vie consolari incontriamo le Tombe di II secolo di via Latina fino ad arrivare alle catacombe cristiane su via Appia.
Potremmo chiamare il complesso archeologico come il centro antico della Roma dell’aldilà.

LA STORIA DEL COLOMBARIO

Il colombario venne fatto costruire probabilmente all’inizio del I sec. d.C, ossia tra il principato di Tiberio e quello di Claudio.
La datazione è resa possibile dallo studio dell’apparato decorativo e dal ritrovamento delle iscrizioni dedicatorie dei primi proprietari del monumento, Granius Nestor un liberto di Tiberio e Vinileia Hedone, liberta ornatrice di Ottavia, figlia di Claudio e Messalina.
Il colombario rimase in uso durante tutta l’età flavia.
A quest’epoca vanno anche attribuite le edicole poste sul lato sinistro che si sovrappongono alla costruzione originaria simmetrica a quella del lato destro.
E’ questo il periodo in cui fu acquistato da Pomponio Hylas per sé e per sua moglie.
L’ultima fase del colombario è datata intorno al II sec d.C.
Ciò è possibile grazie al ritrovamento di un’urna cineraria, ora conservata al Palazzo dei Conservatori, appartenente ad un liberto di Antonino Pio.
Inoltre durante il II secolo il colombario venne utilizzato anche per seppellire una donna, inumata in un sarcofago fittile rinvenuto sotto il pavimento. Leggenda narra che il corpo era perfettamente conservato al momento della scoperta ma appena toccò l’aria si polverizzò.

STORIA DELLA SCOPERTA

La scoperta del Colombario avvenne nel 1831 ad opera del grande studioso e collezionista Pietro Campana (1808 – 1880), che oltre al colombario di Pomponio Hylas scoprì due altri colombari vicino al sepolcro degli Scipioni.
Il Campana mise insieme una delle più grandi collezioni del XIX secolo di sculture ed antichità greche e romane, sempre alla ricerca di tesori antichi. La sua storia non ebbe un lieto fine, infatti cadde in disgrazia e si vide vendere tutti i suoi beni che aveva peraltro impegnato al Monte di Pietà.

L’INTERNO DEL COLOMBARIO DI POMPONIO HYLAS

Sruttura

Tramite una ripida scala di accesso originale, si scende in un ambiente rettangolare di 4 m x 3, in parte scavato nella roccia e in parte costruito in opera cementizia rivestita di mattoni.
Il locale, coperto da una volta a botte, era in origine illuminato da due lucernari poi coperti dalla terra che aveva invaso tutto.
Il colombario vero e proprio si trova lungo la scala.
Si tratta di una serie di nicchie disposte su file parallele, all’interno delle quali si trovano delle cavità in cui erano deposte le olle, cioè i vasi in terracotta con le ceneri dei defunti.
I defunti erano identificati da iscrizioni, dipinte o graffite in spazi appositi, o incise su piccole lastre marmoree semplici, scorniciate, ansate o pseudo-ansate, applicate sia tramite fori al di sotto delle cavità oppure incassate direttamente nella muratura.

L’iscrizione con il nome di Pompinio Hylas

Scendendo la quale si nota una nicchia, la cui abside è decorata con concrezioni calcaree. Sotto c’è un mosaico a paste vitree colorate, incorniciato da un motivo a treccia e da una fascia di conchiglie di murex, che reca un’iscrizione.
Anch’essa in mosaico, la scritta contiene i nomi di Pomponio Hylas e di sua moglie, Pomponia Vitalinia.
La V che compare sul nome di lei sta ad indicare che, al momento della sepoltura del marito, Pomponia era ancora in vita; infatti la V sta per vivit, è viva.
Al di sotto dell’iscrizione sono due grifoni, creatura leggendaria con il corpo di leone e la testa d’aquila che simboleggiano la custodia e la vigilanza, affrontati ad una cetra, una specie di strumento a corde antico.
L’urna cineraria di Pomponius Hylas e della moglie vennero trafugate nel medioevo, una delle quali si trova attualmente nella cattedrale di Ravello, nella zona di Amalfi.

L’interno

L’interno si distingue per la presenza di tombe più monumentali, dette edicole, insieme alle nicchie.

Edicola vicino la scala

La prima edicola che incontriamo è datata al periodo dei Flavi e rappresenta nel timpano la scena del centauro Chirone che insegna ad Achille a suonare la lira.
Questo è un primo indizio di ciò che pensavano i romani, i quali non sapevano bene cosa esistesse dopo la morte, ma sicuramente davano importanza ad arti quali la musica, che simboleggiavano una vita terrena elevata culturalmente, la quale poteva consentire di non essere poi dannati nell’aldilà.
E, per contrapposizione, quasi come monito a chi non segue determinati comportamenti morali in vita, ecco che nel fregio viene rappresentato Ocno ed il suo supplizio, quello di intrecciare all’infinito una corda di giunchi che un’asina vicino a lui continua a mangiare.
A voler simboleggiare la fune che noi mortali tessiamo è la nostra vita che viene “divorata” continuamente da Madre Natura che ci fa invecchiare.
Sempre nel fregio troviamo anche Cerbero, il cane a tre teste. Vi erano anche altre scene o personaggi dell’Ade, non più visibili.
La differenza netta tra le scene proposte nel timpano e quelle del fregio non ripropone, però, lo scenario paradiso-inferno, ma evidenzia la diversa condizione post-mortem riservata a chi non segue nella vita comportamenti retti ed elevati.

Altra Edicola

Immediatamente alla destra di quest’edicola, ve n’è un’altra, sempre dello stesso periodo, che, pur non mostrando alcuna scena o personaggio, ha lo stesso un grande valore, poiché nelle decorazioni floreali che la caratterizzano, ancora sono ben visibili i colori principali usati dai Romani: due tipi di rosso, ocra, giallo ed azzurro.

Edicola centrale

L’edicola più complessa è quella che si trova al centro, dove sono conservate due urne cinerarie contenenti probabilmente le ceneri dei primi proprietari, i cui nomi sono incisi nella tabella marmorea sottostante: Granius Nestor e Vinileia Hedone.
Sulla parete di fondo, sono dipinte due figure: un uomo togato e una donna vestita di un ampio mantello, tengono entrambi un rotolo nella mano sinistra mentre si tendono l’altra mano.
Si tratta certamente dei due defunti fondatori del sepolcro i cui nomi sono indicati nella tabella marmorea sottostante: Granius Nestor e Vinileia Hedone.
Al centro in alto si nota un oggetto cilindrico, interpretato come una cista mistica utilizzata per la celebrazione dei misteri.
L’interpretazione rimane dubbia, in quanto tale oggetto è chiuso nella parte superiore, mentre dalla parte inferiore fuoriesce qualcosa, forse dei nastri.
Nel timpano, ossia nel campo triangolare del frontone è raffigurato un giovinetto nudo identificato come Eros o Dioniso. Questi tiene tra le mani una cassetta, da cui escono dei nastri che vanno ad avvolgere due tritoni che suonano.
La scena dipinta sull’architrave, sicuramente la più importante della tomba è stata attribuita all’episodio di Orfeo fra i Traci, anche se l’interpretazione non è univoca tra gli studiosi.
Al centro notiamo l’eroe che indossa una tunica chiusa da una cintura sul petto e con il capo coperto da un mantello tiene nella sinistra uno strumento musicale a sette corde; dinanzi a lui rappresentato un trace mentre apre una scatola avvolta da fili che lo stesso Orfeo aiuta a districare. Ai lati appaiono due figure femminili identificate come Menadi invasate.
La raffigurazione potrebbe essere identificata con un mito narrato da Apollodoro di Atene, erudito e filologo del II sec. a.c.. Questo narra che Orfeo, avendo proditoriamente svelato i misteri dionisiaci, viene fatto a pezzi dalle Menadi istigate dal Dio Dioniso in collera.
Sopra l’arco Orfeo compare anche sopra, sempre con la stessa veste, con due figure alate, identificabili con la Nike. Di certo non si è tagliata i capelli perchè li ha lunghi fino a terra, e non li ha tagliati perchè non sta in un posto abitato. Lei è Didone, abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, l’anima abbandonata da un falso maschile ma bramata poi da Dioniso (nudo come nudo è l’istinto) che ne fa la sua eterna sposa.
A sinistra Orfeo discese negli Inferi per riportare Euridice nel regno dei vivi, ma fallì, poiché si girò a guardarla.
Dopo tale esperienza, fondò i misteri orfici, che si distinguevano proprio perché, nel promettere la beatitudine ultraterrena, indicavano come via per ottenerla una precisa condotta morale.
La discesa nel tartaro, è la discesa nell’inconscio, per quel famoso invito greco, scritto sul tempio di Delo: “Conosci te stesso”, discesa che aveva come intento il recupero degli istinti primigeni, ovvero il recupero dell’anima selvaggia e dionisiaca.
Orfeo però fallisce perchè si guarda indietro, ovvero non riesce ad abbandonare il mondo delle illusioni, non riesce ad abbandonare l’immagine che si è costruito di sè per accettare la sua vera indole. Per non vedere la sua anima la perde.
La volta è decorata splendidamente, con figure nitide, ma appena accennate nel colore, vi sono dei sottili tralci di vite, su cui sono poggiati degli amorini, tanto delicatamente da non piegare i racemi;
altre tre figure femminili alate; uccellini ed elementi floreali, rose, uva, melagrana, quasi un compendio dei simboli propri degli dèi venerati nei misteri (uva di Bacco, melagrana di Persefone).

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