Prima che Urbano VIII (1623-1644) collegasse le Mura vaticane con quelle di Trastevere, il Gianicolo era sempre stata una zona spopolata e irraggiungibile. Solo nel 1867 con l’apertura di via delle Fornaci, l’attuale via Garibaldi, venne assorbita dal rione. Prima di essere consacrato ai ricordi patriottici dell’epopea garibaldina, un’antica tradizione immaginava che il martirio di S. Pietro fosse avvenuto sulle vette del Gianicolo, il colle nel Medio Evo veniva indicato sotto il nome di «Mica Aurea» per il biondo colore delle sue sabbie.

Nel 1500, Ferdinando ed Isabella di Spagna, in adempimento di un voto, fecero costruire un tempio nel punto in cui l’apostolo aveva subito il supplizio della crocifissione. La nuova costruzione veniva annessa al cortile della preesistente chiesa di San Pietro in Montorio, un antico edificio sorto in un’area erroneamente attribuita alla vicenda del martirio. Sisto IV (1471-1484) l’aveva concessa alla congregazione degli Amadeiti, i quali si erano avvalsi del mecenatismo dei reali di Spagna per ripristinarne i locali e per consolidare il piazzale antistante. L’edificazione della cappella vene affidata nel 1502 al Bramante che, dopo l’intensa attività lombarda, con la caduta di Ludovico il Moro si trasferì a Roma, dove si accontentò di vivere poveramente pur di dedicarsi allo studio delle opere classiche. Mentre dirigeva i lavori del chiostro di S. Maria della Pace, le sue ricerche si concretizzarono nella realizzazione del tempio gianicolense, un’opera che per il metodo costruttivo riuscì ad indirizzare tutto il gusto architettonico del ‘500. Imprigionato dalla robusta inferriata dell’Accademia Spagnola delle Belle Arti, il tempietto del Bramante è chiuso al pubblico. Per goderne la prospettiva completa e per visitarne l’interno, occorre rivolgersi alla vicina Accademia, tentando di concordare telefonicamente un appuntamento con il direttore.

Per comprendere meglio il significato architettonico di questa opera, bisogna tener presente che il progetto bramantesco non la poneva al centro del modesto chiostro rettangolare, ma entro un portico circolare, a colonne, che non fu mai realizzato. Esternamente la costruzione si divide in due parti: l’inferiore comprende un porticato retto da un piedistallo circolare, costituito da un’originale gradinata decrescente. Le sedici colonne doriche sostengono una trabeazione decorata da simbolici bassorilievi della Passione, alternati a stemmi gentilizi. La parte superiore è costituita da una breve loggia che cinge la lieve cupola, animata da un tamburo in cui si intercorrono nicchie rettangolari e conchigliate. La volta a costoloni subì delle modifiche nel corso di alcuni restauri seicenteschi, quando venne costruita la scala che congiunge la cappella con la cripta sotterranea. Straordinario è l’effetto chiaroscurale reso dalle nicchie esterne del muro, tra le quali si intercalano delle lesene corrispondenti alle colonne frontali. Nell’interno possiamo osservare i motivi circolari si ripetono nella pavimentazione cosmatesca, ed i frammenti delle decorazioni che originariamente ornavano la cupola, sostenuta da un cornicione in cui si insinuano otto finestre. La parete circolare si interrompe con 4 concavità in cui sono racchiuse le porte, alternate da altre 4 nicchie contenenti delle sculture della scuola berniniana. Da una grata posta al centro del vano è visibile la cappella sotterranea, riccamente ornata di decorazioni marmoree, dalla quale si può osservare il foro in cui sarebbe stata infissa la croce di San Pietro. (per visitare i sotterranei bisogna rivolgersi al vicino convento francescano). L’altare conserva una piccola statua di San Pietro del ‘500.

Nonostante le modeste dimensioni, la costruzione, sia all’esterno che all’interno, è uno squisito esempio di proporzioni classiche filtrate dal gusto rinascimentale. L’armoniosa architettura del tempio, come ha fatto notare qualcuno, si sarebbe potuta riprodurre in dimensioni gigantesche senza modificare per nulla l’equilibrio dell’opera.

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