Oggi racconteremo dell’inizio di una leggenda: il fantasma di Beatrice Cenci

Si racconta a Roma un fatto misterioso accaduto l’ultimo giorno di carnevale di tanto tempo fa.

C’era grande festa quel giorno e i principi Borghese davano una grande festa nel loro palazzo. Da giorni Roma impazziva per il carnevale, per il Corso erano già sfilati i carri dei Colonna, degli Orsini, dei Buoncompagni, ma quello dei Borghese aveva sorpreso tutti per la magnificenza e lo sfarzo.

Il palazzo Borghese era illuminato a giorno, tutti ridevano e cantavano. A mezzanotte una strana carrozza polverosa si fermò davanti al cancello. Ne scese una figura misteriosa avvolta in un ampio e lungo mantello nero; si fece largo tra gli invitati ed arrivò nella sala centrale dove c’erano il Re e la Regina del Carnevale. Tanto imperioso era il suo passo che tutti si zittirono e la fecero passare. Giunta al centro della sala, la figura fece un inchino poi, con un sol gesto, fece cadere l’enorme mantello. Una giovane donna con il turbante e il drappo di seta azzurra, con un segno rosso intorno al collo sottile e una piccola maschera sul volto era nel mezzo della sala e tutti sbarrarono gli occhi … Di fronte agli invitati era apparso il fantasma di Beatrice Cenci. L’apparizione era del tutto identica al ritratto dii Guido Reni che la tradizione vuole sia quello della bella infelice. «Via via un po’ di musica» gridò Beatrice «voglio ballare anche senza i miei gioielli. Oh le mie belle pietre preziose … dove saranno adesso?» E Beatrice fissò la Regina della festa, Olimpia Borghese che ostentava un collier di smeraldi, un bracciale di ametiste e diamanti e un diadema di foggia barocca con acque marine e rubini. Beatrice girò su sé stessa, facendo ondeggiare il grande turbante che le fermava i capelli, smuovendo le vesti di taffettà di stile antiquato; sì, vesti che erano antiche perché era passato tanto tempo che Beatrice era morta: più di cento anni. Nessun suonatore toccò il suo strumento. Tutti erano ammutoliti e paralizzati, allora Beatrice disse: «… ma ora balliamo, buona gente, balliamo o avete paura di un così grazioso spettro, di un fantasma così bene educato?» E rise con voce acuta, la sua risata echeggiò sinistra nelle sale del palazzo.

«Ora non ridete più come faceste l’altro ieri a vedere quei poveri pescivendoli ubriachi che scimmiottavano in maschera un funerale degli israeliti, mimando per dileggio il rabbino e il suo seguito che accompagna all’estremo riposo l’ombra del morto. Allora l’altro ieri la morte vi fece ridere sgangheratamente e gli insulti e le parolacce non rispettavano né il dolore né l’ultimo sonno. Carnevale romano: tempo di dei e demoni mascherati … Io so cosa sia il dolore e la sventura, io spettro senza riposo. Ora basta ridere e ascoltate. Tanto si è parlato di me, ma ora udrete la verità. Ero chiama la Bella Cenci per la mia grande bellezza e sarei potuta essere la ragazza più felice del mondo se non avessi avuto il padre che ho avuto. Nella sua mente e nel suo cuore c’erano solo mostruosità. Cacciò di casa i figli maschi, disperdendoli nel mondo e fece rinchiudere me e la mia sfortunata matrigna alla quale fece mancare il pane per mangiare. Io sopportavo pregando Iddio, ma la violenza di Francesco superò ogni limite. Ci portò un giorno in campagna, nella rocca di Petrella e lì ci tenne segregate vive. Come se non bastasse quel Diavolo cercava di buttarmisi addosso in ogni occasione. Come posso raccontarvi o descrivere l’angoscia di quelle ore? Ora sono libera dal peso della carne, pallido spettro in un mondo di ombre … Le catene sono spezzate ormai, le passioni solo un vago ricordo. Mandai suppliche al papa per rendergli nota la mia tragica situazione, ma fu inutile. Scrissi ad un mio zio, fratello di mia madre, ormai morta, ma lui consegnò la lettera a Francesco stesso che infuriatosi mi frustrò per diverse ore. La mia matrigna, la mite Lucrezia, non poteva far nulla, terrorizzata com’era. Solo un nobile signore, di cui non voglio fare il nome, mi amava al punto che aveva in progetto di abbandonare tutto per sposarmi. Appena il nobile signore sapeva che mio padre non era in casa saliva nel mio appartamento e mi intratteneva con teneri parole e teneri baci. A lui mi rivolsi quando fui segregata nella rocca di Petrella e lui mandò un uomo fidato, Olimpio, che si prese l’impegno di fare la guardia al mio sonno. Una volta vide il mio scellerato padre Francesco, uscire nudo dalla sua stanza, Olimpio lo seguì e mentre lo vide, entrato nella mia stanza, scoprirmi tirando giù le lenzuola del letto dove mi ero rifugiata, sguainò lo stocco e fece giustizia. Ero paralizzata da quell’orrore, molto più di quanto voi lo siate adesso nobili signori. Il corpo fu avvolto in un lenzuolo e poi gettato sul grande sambuco che cresceva nell’orto solitario. Fu una notte di prodigi e di orrori, e quella notte stessa nacque un basilisco, mezzo gatto e mezzo serpente che se qualcuno lo fissa viene pietrificato come una statua di sale. Con il tempo tutto sarebbe passato e dimenticato, compreso l’orrore, se a qualcuno non avessero fatto gola le mie ricchezze …» Il fantasma di Beatrice cessò di parlare ed avanzò verso la regina del Carnevale fissando i suoi gioielli. Poi indietreggiò di nuovo, correndo. «il papa volle indagare per fare giustizia. Ero così sicura del mio diritto che non pensai mai alla fuga. I tempi precipitarono, fummo tutti arrestati, il nobile signore coinvolto riuscì a salvarsi, poi tornò facendosi rasare capelli e barba e travestendosi da carbonaio vendendo per Roma carbone con il suo asino. Voleva attendere l’esito del giudizio su di me, mentre teneva contatti segreti con il Farinacci, il celebre avvocato che si prodigò per la mia difesa. Mentre il mio signore passeggiava mascherato per le vie di Roma, centinaia di sbirri lo cercavano non solamente in città, ma in tutte le strade di campagna. Partì e scrisse una sola volta da Marsiglia giurando che mi avrebbe salvata. La sua audacia mi dette forza perché si preparavano per me giorni crudeli. Fui appesa per i capelli e giorno e notte torturata, ma non una parola uscì dalle mie labbra. Tutta Roma si mosse a pietà, ma invano. Il grande avvocato Farinacci mise in discussione persino l’ordine della giustizia di allora quando il papa gli disse: “Dunque a Roma non si trovano solo persone che uccidono il loro padre, ma anche avvocati disposti a difenderle!” L’avvocato fissò con dignità il pontefice ed esclamò: “Noi non siamo qui per difendere il delitto ma per provare oggettivamente se esiste o meno innocenza”.

Fummo tutti condannati a morte. Tutta la famiglia doveva essere sterminata. La morte era per tenagliamento e squartamento: anche Bernardo che aveva solo dodici anni, fu condannato! All’ultimo momento il papa si degnò di concedere la grazia al mio fratellino a patto che stesse sul palco a vedere tutta la carneficina e poi si facesse castrare come un gattino. Anche a me fece la grazia, anziché lo squartamento mi fece decapitare. Quando la mia testa cadde tutte le donne di Roma la ricoprirono di ghirlande di fiori. Il mio corpo senza vita fu portato in una piccola chiesa e fu vegliato tra le lacrime dai popolani commossi. Adesso vago nelle notti lunari, non trovo pace se non nel ricordo. Non scordatemi genti. E così sia!!!». Rapida come un fulmine la figura raccolse il manto nero che aveva gettato per terra e fuggì via lasciando tutti spaventati e smarriti.

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