Tempo addietro parlai dei Sacconi Rossi, oggi cambiamo colore e parleremo di quelli bianchi.

La consuetudine di indossare il sacco, a scopo di penitenza, risale a tempi molto remoti. Inizialmente erano sacchi grezzi, senza colori, poi con il tempo il sacco delle confraternite, raffinandosi, cominciò a colorarsi con tinte sempre nuove. Se poi al sacco semplice aggiungiamo tutta una serie di “accessori”, cordoni, mozzette, passamani, guarnizioni varie … arriviamo ad una fantasmagoria di colori e modelli che il nudo e semplice sacco del Poverello d’Assisi impallidisce al confronto.

Tutte queste varietà di tinte, però, hanno un loro significato ben preciso, qui non è l’abito che fa il “confratello”, ma le sue colorazioni. Ma veniamo ai sacconi bianchi, quale colore avrebbero dovuto usare, se non il bianco appunto, per i solidali di S. Maria della Neve? Come del resto il “rosso” era dedicato al Preziosissimo Sangue di Gesù.

Il Bianco, comunque, rimaneva il colore più diffuso, utilizzato da ben 43 confraternite, mentre il nero, pur essendo il colore della Penitenza e della Mortificazione, occupa in questa strana graduatoria solo il quarto posto, dopo il turchino, indossato da 11 confraternite ed il rosso che ne veste nove. Non meravigliamoci della forte predominanza del bianco però, è il colore simbolo della Fede.

I Sacconi bianchi dell’arciconfraternita del Sacro Cuore, devono il colore del proprio abito, oltre che alla loro stessa esistenza, alla consorella Confraternita delle Cinque Piaghe di Viterbo, che nel 1725, sfilando per le strade di Roma in occasione del Giubileo, ispirò Pietro Legnaioli e Giovanni Matteo Brunelli, guardia pontificia, a fondare un’associazione analoga, poiché il papa Benedetto XIII, aveva in animo di istituire la Festa del Sacro Cuore. Per facilitarne l’approvazione il nome scelto fu proprio quello del Sacro Cuore. Firmato il decreto del sodalizio il 10 febbraio 1729, i primi dieci Sacconi Bianchi, con una solenne cerimonia, facevano il loro “ingresso” nella chiesa di S. Teodoro al Palatino, ricevuta come sede dalla parrocchia di S. Maria in Cosmedin. «Fratello che dimandate voi?» chiedeva al novizio il sacerdote. E quello: «La misericordia di Dio e la Pace di questa Compagnia». L’officiante allora gli metteva il sacco dicendo: «Induat te deus novum hominem, qui secundum Deum creatus est», dopodiché gli porgeva la candela accesa e lo esortava all’osservanza della regola.

Nel 1735 papa Clemente XII elevò il sodalizio a arciconfraternita, ma solo nel 1795 fu ammessa ufficialmente al culto del Sacro Cuore.

I Sacconi Bianchi, che hanno avuto ben 7 papi, svariati cardinali ed anche alcuni santi, oltre ad essere delle persone «timorate di Dio, fervorose nella carità ed amanti delle mortificazioni», dovevano impegnarsi a condurre una vita irreprensibile, a non giocare a carte e non bere vino. E «se trovasse qualche usuraro ovvero puctanerij, et se non se ne volessimo remanire et astinere de degano cacciare della compagnia»

Oggi i Sacconi Bianchi, benché nel 1962 ce ne fossero oltre 170, si contano sulle dita di una mano e se non sono tutti morti, sono comunque scomparsi dalla circolazione. Nel 1972 furono sfrattati da Paolo VI dalla chiesa di S. Teodoro al Palatino, per far posto al Patriarca Atenagora. I confratelli chiesero invano di poter occupare una costruzione adiacente ed infine trovarono ospitalità presso la chiesa di S. Tommaso in Parione, anche se solo provvisoriamente. Praticamente dopo varie vicissitudini rimase un solo confratello. Tutto scomparì nei lavori di restauro della chiesa di S. Teodoro, il solo archivio si salvò e le poche reliquie furono chiuse in cassaforte presso il Vicariato. I sacconi Bianchi diedero il loro contributo alla storia ed allo sviluppo della capitale.

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