Oggi voglio parlarvi dei Legulei, le statue di Palazzo Giustizia o Palazzaccio, come lo chiamiamo noi di Roma.

Sono una serie di dieci statue di marmo bianco raffiguranti altrettanti giureconsulti, avvocati, insomma uomini di legge o studiosi di Diritto, che hanno fatto parlare di sé attraverso i secoli.

Le statue non hanno tutte la stessa posizione: quattro sono sedute su scanni, nello stile dell’antica Roma, e sei sono in piedi distribuite simmetricamente lungo la facciata.

Per la realizzazione dell’intero complesso di Palazzo di Giustizia fu incaricato nel 1880, in seguito ad un concorso, Guglielmo Calderini. Ma soltanto nel 1888 il Ministro di Grazie e Giustizia, Giuseppe Zanardelli, si interessò di persona affinché i lavori prendessero il via. Il bando di concorso del 20 agosto 1898 richiedeva per la facciata due sole statue in piedi, una raffigurante Cicerone e l’altra Papiniano. Altre statue dovevano apparire nella parte interna dell’edificio.

Gli artisti concorrenti non furono però in grado di soddisfare la Commissione. Ogni statua infatti non doveva risultare un pezzo a sé, ma doveva integrarsi con le altre per dare vita al complesso architettonico. Insomma bisognava «salvaguardare l’unità stilistica dell’edificio, sacrificando, se necessario, la qualità delle singole opere ad una esigenza di omogeneità». Un bel problema insomma.

Dopo la prima delusione, fu approvato qualche bozzetto per le sculture allegorico-ornamentali. Per le altre fu bandito un nuovo concorso il 10 giugno 1899. Il 23 novembre, finalmente, il ministro dei Lavori Pubblici, Pietro Lacava, così esprimeva il proprio giudizio: «Bellissima fu la prova per le figure di Cicerone e Papiniano», la prima di Ubaldo Pizzichelli e la seconda, «nella quale lo schietto carattere della figura antica romana si associa alle altre virtù dell’arte», di Silvio Sbricoli.

Ma il programma per la decorazione del palazzo non poteva procedere così a rilento. Bisognava trovare un’altra strada, più snella di quella dei concorsi. Fu trovata attraverso la stipulazione di convenzioni con taluni artisti. Si poterono incaricare Augusto Rivalta per la statua di Modestino e Ernesto Biondi per quella di Gaio, mentre a Emiliano Gallori furono assegnate le raffigurazioni di Licinio il Grasso e di Salvio Giuliano. Si arrivò così all’11 agosto del 1907, giorno in cui uscì il bando di concorso per le statue dei quattro giureconsulti. Tenuto conto che le statue richieste dovevano «rappresentare la continuità della tradizione giuridica in Italia», la Commissione giudicatrice, composta da Calderini, Ximenes, Maccari e Canonica, votò all’unanimità il bozzetto di Mauro Benini per la statua del Bartolo, di Arturo Dazzi per quella di Giambattista De Luca, di Luigi De Luca per quella di Giambattista Vico e di Augusto Rivalta per quella di Giandomenico Romagnosi. Il problema delle statue quasi affacciate sul Tevere era finalmente risolto.

Parlare di ogni personaggio sarebbe lunghissimo e forse noioso per alcuni. Se a qualcuno interessasse può chiederlo nei commenti e sarò ben felice di esaudire la sua curiosità.

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