Periodicamente si svolgevano dei giochi che comprendevano giostre di tori, cuccagne, lotte, corse dei palii ed erano celebrati in Roma, con solenne presenza del senato, fino a tutto il XVI secolo. Si aprivano con uno strano spettacolo.

Alle falde del monte Aventino c’era un’antica torre che guardava il mare. Fin dal mattino si copriva tutta di drappi colorati, con corone di mirto e di fiori; ci veniva collocata il gran vessillo del Popolo Romano, e in alcuni anelli si appendevano i palii per i vincitori. Nel mezzo c’era un anello più grande dove il partecipante doveva collocare il dardo mentre galoppava a tutta velocità. Questa esibizione era seguita da tutti con grandissima partecipazione.

La cavalcata terminava al campo di Testaccio, dove un senatore, come gli era stato ordinato dal senato stesso quando era stato nominato, aveva piantato l’insegna del Popolo Romano. Per dare ancora più onore a questa insegna, tanto era importante e tenuta in considerazione dai romani tutti, si svolgeva una strana quanto crudele usanza: si lavavano e tosavano un branco di maiali, disposti a coppie in sei carrette coperte di seta rossa. Trasportati i carri alla sommità del monte, si lasciavano cadere dalle pendici. Questa specie di treno, i carri erano legati tra di loro come vagoni, scendeva aumentando sempre, per la forza di gravità, la velocità, spazzando tutto quello che c’era sul suo cammino con questi poveri maiali che cercavano di scappare avvolti dalla seta dei carri stessi. In gergo romanesco era chiamato: “ruzzicare li porci da Testaccio”.

Appena avevano finita la loro corsa nei prati sottostanti, robusti giovani romani, insieme ad altri giovani dei comuni vicini, ricordiamo che era una grandissima festa, cominciavano tra loro i combattimenti per disputarsi la preda: si urtavano, battevano, stramazzavano al suolo si rialzavano, lottando a calci e pugni, come era uso dell’antico pugilato, per avere la priorità del terreno dove, sparpagliati a terra sulla schiena, grugnivano i grassi suini intontiti dal “ruzzolamento”. La fine dei combattimenti avveniva solo quando non c’era più nessun maiale da catturare.

Allora i lottatori, seminudi, pieni di ferite e lividi, spesso con le ossa rotta e pieni di abrasioni sulla pelle, trasportavano trionfalmente fuori dal campo la preda conquistata.

Quello era l’inizio ufficiale dei grandiosi giochi di testaccio.

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