La chiesa di Santa Prisca, alle pendici dell’Aventino e non lontano dalla basilica di Santa Sabina, è una delle più antiche di Roma. Non si sa nulla di veramente preciso sulle sue origini, anche perché la sua storia è legata ad avvenimenti più leggendari che reali. Addirittura negli “Atti degli Apostoli” viene menzionata da San Paolo «ecclesia domestica» dei coniugi Aquila e Priscilla, i quali abitavano nello stesso luogo in cui oggi sorge la chiesa o nelle immediate vicinanze. Nei pressi vi era la casa di una certa Prisca, la quale, molto probabilmente, era loro figlia. Costei, secondo la tradizione, fu battezzata da San Pietro all’interno della casa dei genitori; qualche tempo dopo fu catturata dai soldati dell’imperatore Claudio (41-54) e data in pasto ai leoni del Colosseo, i quali però non la toccarono: Fu allora decapitata e sepolta sull’Aventino. Papa Eutichio (275-283) disseppellì il corpo e lo inumò sotto l’altare della chiesa dedicata alla Santa. Questa chiesa non era, ovviamente, quella attuale, ma molto più antica, sorta da un livello assai inferiore. Può anche darsi che la chiesa dedicata a S. Prisca sia stata ricavata ampliando un Santuario che Aquila e Priscilla avevano fondato nel 57 d. C., trasformando una parte della loro casa.

Le prime notizie certe risalgono al V secolo; sicuramente la chiesa era stata costruita sui ruderi di un insediamento romano risalente al primo Impero. Tra l’altro, nel 1930, fu scoperto, nei sotterranei di S. Prisca, un luogo di culto orientale dedicato al dio Mitra, annesso alle antiche abitazioni, con resti di affreschi e gruppi scultorei. Abbiamo già parlato, in Leggende Romane, dei mitrei e chi vuole può fare una ricerca e trovare le notizie che gli interessano. Per la visita del Mitreo, sotto la chiesa, si debbono prendere accordi con l’Assessorato alla Cultura del Comune. Le visite sono permesse solo due volte al mese, il secondo e il quarto sabato e si possono prendere accordi chiamando lo 06 39967700.

Torniamo alla chiesa ed alla sua decorazione. Fu restaurata nel 771 da Adriano I e fu in seguito tenuta dai monaci Basiliani fino alla metà del secolo XI. Nel 1084 fu semidistrutta dai Normanni capeggiati da Roberto il Guiscardo. Durante il pontificato di Pasquale II (1099-1118) venne restaurata di nuovo. Nei primi del XV secolo, quando era officiata dai Francescani, la chiesa fu seriamente danneggiata da un incendio, che provocò il crollo delle prime due campate. Fu allora restaurata da Callisto III (1455-1458) e affidata ai Domenicani, i quali la tennero fino al 1600; in quell’anno passò ai Padri Agostiniani ancora oggi presenti.

Nel 1660 furono eseguiti ulteriori restauri su ordine del cardinale titolare Benedetto Giustiniani. E’ di quel periodo la facciata barocca, opera di Carlo Rambaldi, a un solo ordine di quattro lesene, coronate da timpano triangolare. Il portale è fiancheggiato da due colonne antiche di granito con capitello ornato da testa di angioletto. In alto una finestra ovale inscritta in una cornice sagomata rettangolare.

L’interno è diviso in tre navate da sette colonne ioniche seminascoste nei pilastri seicenteschi. Nella navata destra il grande capitello dorico (II secolo d. C.) adibito a fonte battesimale. Servì, secondo la leggenda, a S. Pietro per battezzare S. Prisca; l’episodio è raffigurato nel dipinto dell’altare maggiore, eseguito nel 1600 da Domenico Cresti detto il Passignano. Nel presbiterio: «Storie del martirio della Santa», affreschi attribuiti al Fontebuoni (secolo XVII).

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