La chiesa in questione un tempo era conosciuta come Santa Maria in Sinodo e passa inosservata per la vicinanza con la Fontana più famosa del mondo, eppure è molto antica.

Al tempo dell’imperatore Giustiniano l’Italia era dilaniata dalle invasioni barbariche; da ogni parte d’Europa soldati si riversavano sulla nostra penisola seminando morte e distruzione. Le città erano ridotte a mucchi di macerie, le ricchezze depredate, le popolazioni trucidate e quelli che si salvavano dovevano combattere contro le carestie e le pestilenze. Giustiniano per far fronte a questo sfacelo, si avvalse di un giovane e geniale soldato di origine greca: Belisario. A ventuno anni lo nominò generale; pochi anni dopo egli vinse diverse battaglie e riuscì a mettere in fuga prima i Vandali e poi i Goti, ponendo fine ai massacri ed alle devastazioni. Belisario fu un valido soldato ed un’ottima persona e si comportò degnamente anche quando Giustiniano gli offrì pieni poteri. Commise un solo errore: nel 1537 fece deporre all’improvviso papa Silverio, forse perché temeva che stesse ordendo una congiura contro di lui; senza tanti complimenti lo spedì in esilio nell’isola di Ponza dove, distrutto dal dolore e dagli acciacchi, morì in solitudine l’anno seguente.

Poi Belisario si pentì e, come racconta la lapide murata sul fianco della chiesa di S. Maria in Trivio, per chiedere perdono al Signore dell’increscioso episodio, fece costruire un piccolo oratorio poco distante da via del Corso, che allora si chiamava via Lata. Diversi anni più tardi venne edificata sui ruderi dell’oratorio una chiesetta che si chiamò S. Maria in Sinodo (o in Sinodicchio); nel 1575, durante il pontificato di Gregorio XII (1572 – 1585), fu ricostruita quasi ex novo e fu affidata all’ordine dei Crociferi, i quali risiedevano nel convento un tempo annesso alla chiesa.

In questo periodo il nome fu cambiato in S. Maria in Trivio; esso deriva dalla sua particolare ubicazione in una piazzetta nella quale convergono tre strade. I padri Crociferi incaricarono di eseguire il restauro ad un allievo di Michelangelo: il siciliano Jacopo Del Duva, già noto a Roma per aver eseguito importanti lavori, tra cui il complesso di S. Maria del Loreto (vicino a piazza Venezia e di cui abbiamo parlato in un album il 25 giugno). La facciata, molto elegante, contiene già qualche spunto del barocco ormai alle porte. L’interno è a navata unica con quattro piccole cappelle su ogni lato; la volta fu completamente affrescata nel ‘600 dal reatino Antonio Gherardi, allievo di Pietro da Cortona.

Fu certamente la sua opera più importante e la più grossa fatica della sua vita; infatti impiegò circa 18 anni per portare a termine tutto il ciclo di affreschi che rappresentano alcuni episodi della vita della Madonna e storie del Nuovo Testamento. E’ opera di Gherardi anche il curioso organo di legno intagliato, che si intravede in alto dietro l’altare maggiore ed altri dipinti della volta della sagrestia.

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