Questa chiesa, posta sul Lungotevere tra Monte Savello ed il Ponte Fabricio, durante la costruzione dei muraglioni del Tevere rischiò di essere demolita. Fu invece risparmiata, probabilmente, per non cancellare per sempre un luogo legato ad un importante avvenimento. Pare infatti che la chiesa sia sorta sui resti della famiglia Anicia, dove, secondo la leggenda, sarebbe nato S. Gregorio Magno intorno alla metà del VI secolo. Le sue origini sono quindi molto antiche, ma non sappiamo di preciso l’anno della fondazione.

Sicuramente esisteva nel XII secolo e già allora divenne parrocchia; a quel tempo era anche conosciuta come S. Gregorio a Ponte Quattro Capi o anche «de porta judaeorum». Il significato di questa denominazione è semplice: il ponte in questione è il già citato ponte Frabricio, costruito in epoca romana e ancora oggi esistente, che unisce la sponda sinistra del Tevere con l’Isola Tiberina. L’espressione “Quattro Capi” deriva dalle quattro erme di marmo che ornavano i parapetti del ponte stesso. «Judaeorum», invece ricorda la vicinanza della chiesa al ghetto degli ebrei. Il ghetto era una sorta di “recinto” nel quale erano stati confinati fin dal 1555, per volere di Paolo IV, tutti gli Ebrei residenti a Roma; nelle ore notturne venivano addirittura chiuse le porte del recinto e nessuno poteva entrare né uscire. Questa barbara usanza durò fino al 1848, quando Pio IX tolse gli Ebrei dal forzato isolamento; anche se non per questo ebbero in seguito vita tranquilla.

Nella chiesa di S. Gregorio, che si trovava di fronte ad uno dei portoni del ghetto, si tenevano le cosiddette “prediche coatte” con le quali si cercava di convertire gli Ebrei. Lo testimonia anche una iscrizione in lingua ebraica ed in lingua latina che si trova sulla facciata e che riporta per intero: «Io ho teso tutto il giorno le mani ad un popolo incredulo il quale cammina secondo le sue idee per una via che non è buona; ad un popolo che continuamente, proprio dinanzi a me, mi provoca all’ira» (Isaia, LXV, 2-3)

Nel 1727 Benedetto XIII affidò la chiesa alla congregazione degli Operai della Divina Pietà, il cui scopo era quello di assistere le famiglie un tempo agiate e poi cadute in miseria. Sul fianco destro della chiesa esiste ancora una buca per le elemosine con la seguente iscrizione: «Elemosine per povere onorate famiglie e vergognose». Per volere del papa la chiesa fu completamente ricostruita e nel 1729 venne consacrata.

La facciata settecentesca fu progettata da Filippo Barigioni: è su due ordini, l’inferiore, molto alto, fiancheggiato da lesene. Sopra al portale si nota la già notata iscrizione nelle due lingue; più in alto, un grande ovale incorniciato da una ghirlanda in stucco racchiude un affresco deteriorato raffigurante una crocifissione. L’ordine superiore è incoronato da un timpano curvilineo, ornato da una testa di angioletto, che copre solo la navata centrale e la sottostante finestra con balaustra. Ai lati grossi candelabri. Sul fianco destro, molto elegante, si aprono diverse finestre: un tempo vi erano i locali dell’abitazione del parroco.

L’interno, restaurato nel 1858, è a navata unica e non presenta sorprese; sull’altare maggiore la “Madonna della Divina Pietà”, un dipinto settecentesco di Gilles Hallet.

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