La chiesa dei SS. Vincenzo ed Anastasio esisteva già dalla fine del XIV secolo con il solo nome di S. Anastasio e si affaccia ad una delle più belle piazze di Roma: piazza Trevi.

Al posto della famosa fontana fino alla metà del XVII secolo vi era un grosso vascone, realizzato da Leon Battista Alberti nel 1453, che serviva a raccogliere l’acqua proveniente dalla sorgente dell’acqua vergine, incanalata fin dal 19 a.C. in un acquedotto lungo una ventina di km. Quando la chiesa, nel 1640, fu ricostruita sotto la direzione di Gaspare de Vecchi, la grandiosa opera di Nicola Salvi ancora non esisteva; il 15 maggio di quell’anno si era cominciata a costruire la nuova «Mostra dell’Acqua Vergine» su progetto del Bernini, ma poco tempo dopo i lavori furono interrotti per mancanza di fondi e per la morte di papa Urbano VIII. La Fontana di trevi verrà poi ultimata dal Salvi dopo la metà del ‘700.

Tornando alla chiesa, nel 1646, per volere del cardinale Mazzarino, fu iniziata la facciata; la curiosa realizzazione si deve a Martino Longhi il Giovane che in soli quattro anni la portò a termine.

Nell’ordine inferiore sostengono la trabeazione ben dieci colonne, in quello superiore se ne contano altre sei, più due ai lati del finestrone; per questo motivo la chiesa fu appellata «il canneto di Martino Longhi». Completano la facciata due timpani arcuati sopra il portale e quattro figure di angeli. Due curiosità: la prima, due statue di donna con il seno scoperto (incredibile per la chiesa) che, con le braccia alzate, sostengono la trabeazione dell’ordine superiore; la seconda è la più piccola bottega di Roma che è stata ricavata nell’angusto spazio dietro una colonna della facciata (l’ultima a sinistra di chi guarda), una minuscola porta immette in un “buco” di nemmeno un metro quadrato: per tanti anni fu la bottega di un ciabattino.

L’interno è semplice ed un po’ scialbo, non riserva sorprese. La chiesa per diverso tempo fu parrocchia del Quirinale, quando il palazzo era la residenza dei papi. Per questo motivo è ricordata una macabra particolarità: sono qui conservati i precordi (organi racchiusi nella cavità toracica) di molti papi, da Sisto V a Leone XIII che venivano loro tolti prima dell’imbalsamazione. Anche il Belli lo ricordava in modo alquanto irrispettoso in una sua poesia, quando afferma che la chiesa dei SS. Anastasio e Vincenzo è un «museo de corate e de orpelli».

In questa chiesa il 4 aprile 1835 furono deposte le spoglie di Bartolomeo Pinelli.

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