Via Lata era la prosecuzione della via Flaminia che, già in epoca romana, da Porta del Popolo correva rettilinea fino al Campidoglio, avrete capito che oggi si chiama via del Corso e la via Lata adesso è una viuzza che costeggia una parte della chiesa. Verso la fine del suo percorso sorgeva il cosiddetto “Arcus Novus” eretto nel IV secolo e demolito nel 1491. Proprio in quel punto, oggi vicino al palazzo Doria, si trova l’antichissima chiesa di Santa Maria in via Lata. Sembra sia stata fondata nel IV secolo da papa Silvestro I (314-336), ma la notizia è priva di fondamento. Con tutta probabilità fu fatta costruire da Sergio I (687-701) e le prime notizie si trovano nel “Liber Pontificalis” di Leone III (795-816). Nacque come una diaconia (ospizio) e secondo la leggenda, sembra anche questa senza riscontro, pare che qui abbiano alloggiato gli apostoli Pietro e Paolo, nonché gli evangelisti Giovanni e Luca. L’antica costruzione era ad un livello inferiore all’attuale; nei primi anni del ‘900, durante dei lavori di scavo, furono scoperti i resti della chiesa primitiva ed alcuni affreschi risalenti al VII e al IX secolo (oggi portati al Museo Nazionale Romano Crypta Balbi in via delle Botteghe Oscure). Intorno alla metà dell’anno 1000 la chiesa fu ricostruita sui ruderi dell’antica diaconia; nel 1491 Innocenzo VIII la fece demolire e la riedificò dalle fondamenta. Nel secolo XVII fu ampliata: venne costruito l’abside, furono aperte nuove finestre, fu decorato l’interno. Infine nel 1662, fu realizzata la splendida facciata su progetto di Pietro da Cortona, una delle opere più significative del barocco romano.

Nell’ordine inferiore si apre un portico di colonne e lesene con capitello corinzio a pianta ovale; l’ordine superiore consiste in una loggia con colonnato a «serliana» (una finestra a tre luci con lo spazio centrale ad arco e i due laterali con normale trabeazione; prende il nome da Sebastiano Serlio che la illustrò nel suo trattato di architettura).

«… L’interno … conserva le tracce della forma basilicale più vetusta, essendo divisa in tre navi sostenute da colonne, le quali erano antiche e di marmo caristio (cipollino), che poscia, non so con qual criterio, vennero incrostate di brutto diaspro di Sicilia». Così scrive l’Armellini; in effetti la semplice e nuda basilica fu riccamente decorata con marmi, fregi, ori, stucchi e decorazioni varie durante il periodo barocco e ne venne alterata la primitiva immagine. L’altare maggiore, anch’esso ricco di marmi, fu progettato dal Bernini. Nelle navate laterali resti di pavimento cosmatesco; e alle pareti dipinti del ‘600 tra cui la “Crocifissione di S. Andrea” di Giacinto Brandi realizzata nel 1684. Il soffitto a riquadri dipinti in prospettiva, con lo stemma di Pio IX, risale al secolo scorso.

Nella chiesa c’è, sul fondo, il grande organo realizzato nel 1652 da Caterinozzo da Subiaco; restaurato nel 1863, e poi alterato nel 1908; splendida decorazione sulla parete di fondo della chiesa, ma attualmente non funzionante.

Un altro piccolo organo positivo (positivo deriva dal latino «ponere» collocare e significa che è trasportabile, insomma un piccolo organo a canne dotato di un’unica tastiera)

Nella cripta diversi reperti possiamo trovare tra cui il bassorilievo con i Santi Paolo, Pietro, Marziale e Luca, di Cosimo Fancelli (1620-1688). In secondo piano la figura di san Marziale e la testa del vitello, simbolo dell’Evangelista Luca.

Si sono fatte varie ipotesi sulla funzione di questo edificio nel periodo romano.

Le mensole di travertino fanno pensare a un edificio su due piani, o a soppalchi. Forse portico, mercato rionale, deposito, taberne o abitazioni.

Il pavimento in origine molto più basso, in parte inesplorato, nasconde ancora sorprese.

Il livello dell’acqua di falda, più alto rispetto al livello antico, rende difficili le ricerche, e umidi gli ambienti.

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