Partendo da Porta Settimiana si snoda via Garibaldi, la strada che si inerpica, tra curve e rettilinei, verso il colle del Gianicolo.
Ad un certo punto, dopo un rettilineo, sulla sinistra si trovano la chiesa ed il convento dedicati a Santa Maria dei Sette Dolori. Il complesso sorse verso la metà del XVII secolo per iniziativa di Camilla Virginia Savelli, moglie del duca Pietro Farnese.
La duchessa, trasferitasi a Roma da una località vicino Viterbo, comperò un terreno alle falde del Gianicolo. Sua intenzione era costruire un convento in cui sistemare un gruppo di giovani “zitelle”, fino ad allora ospitate nella propria casa di Latera.
Fu chiamato Francesco Borromini che però, essendo in quel periodo impegnato nella realizzazione dell’Oratorio dei Filippini e di San Ivo alla Sapienza, si avvalse della collaborazione di Antonio del Grande per la chiesa e di Francesco Contini per il Monastero.
Il Borromini, personaggio triste, malinconico e spesso intrattabile, non fu molto fortunato, quasi sempre succedeva qualcosa di imprevedibile che comportava la sospensione o la difformità del progetto originale se non, spesso, l’opera lasciata incompiuta; il tutto sempre per difficoltà di ordine finanziario. Anche in questo caso i lavori non furono ultimanti perché i soldi di Donna Camilla finirono.
La chiesa rimase così come ci appare ancora oggi, come se il capomastro e tutti gli operai se ne fossero andati senza portare a termine il lavoro. Si fa fatica distinguere in quell’ondulato fronte in mattoni a vista, che a me piace molto, la facciata di una chiesa.
La campata di centro, concava, in cui si apre il portale con una grata soprastante, poggia su due corpi ellissoidali e tutta la facciata è caratterizzata da una gran quantità di finestre, grate e nicchie.
Non so se l’interno sia accessibile, causa la pandemia di questi giorni non ho potuto vedere di persona e mi scuso anche per le foto prese dal web e non scattate direttamente da me come sono solito fare.
Comunque la chiesa è a navata unica con cappelle laterali fiancheggiate da alte colonne con capitello composito. Le decorazioni e le aggiunte settecentesche ed i restauri dell’600 e 900 appesantiscono l’edificio e fanno si che l’opera si distacchi dalla tematica borrominiana. La mano del maestro, tuttavia, la riconosciamo in alcune soluzioni architettoniche e decorative, come la finestra a imbuto rovesciato (sulla parete di ingresso), incorniciata dalla trabeazione che percorre tutto il perimetro della chiesa.
Sull’altare maggiore troviamo una “Deposizione di Cristo” è la copia del dipinto di Pordenone. Sull’altare a sinistra “S. Agostino” di Carlo Maratta.

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