«Ciò che prima servì all’uso pagano è ora tempio della Vergine, fondatore è Pio, fuggite demoni!!».

interno della Basilica

Questa dicitura era incisa in una moneta coniata appositamente nel 1561 per commemorare la posa della prima pietra della chiesa di Santa maria degli Angeli e dei Martiri. Essa fu ricavata dal grandioso corpo centrale delle distrutte Terme di Diocleziano (di cui parlerò in un prossimo post); non a caso si scelse questo sito, fu quasi una rivincita della cristianità sul paganesimo. In questo, che era stato uno dei più maestosi edifici della vita pubblica della Roma di Diocleziano, il grande persecutore dei Cristiani, abbandonato e trasformato dall’incuria del tempo in ruderi imponenti, sorse una delle più belle creazioni del tardo rinascimento romano. Esisteva già, nel 1550, una piccola cappella dedicata alla Vergine Regina degli Angeli; ma papa Pio IV Medici (1559-1565), esortato da un sacerdote di nome Antonio del Duca, bandì un concorso tra i migliori architetti dell’epoca per la costruzione di una grande chiesa da intitolare alla Vergine. Vinse il grande Michelangelo, ormai sulla soglia dei 90 anni, il quale aveva risolto il problema in maniera geniale. Originariamente l’ingresso era all’estremità dell’attuale braccio destro del transetto, sì che entrando si aveva la straordinaria ed emozionante visione della scala centrale delle Terme, lunga più di novanta metri, trasformata in chiesa. Furono usate le medesime colossali colonne granitiche (ne vedete in foto) dell’antica costruzione romana. Purtroppo nel 1749, durante il restauro Vanvitelli, l’ingresso originario fu chiuso e trasformato in cappella e si usò come ingresso principale quello rivolto verso piazza Esedra (attuale piazza della Repubblica), ancora oggi in funzione. La basilica fu terminata nel 1566 e Michelangelo non ne vide la fine; un pomeriggio di febbraio del 1564, distrutto dalla febbre e consunto dalla vecchiaia, morì vegliato da pochi amici. S. Maria degli Angeli fu la sua ultima grande realizzazione.

La maestosità dell’interno è in parte rovinata da alcuni arredi moderni: lumini votivi elettrici, abbondanza di cartelli, transenne che delimitano la zona centrale della chiesa e brutte panche in plastica o finta pelle.

Nell’immensità del transetto si trovano, sulle pareti laterali, numerosi grandi dipinti di artisti del primo ‘600 e del ‘700. Nel braccio sinistro abbiamo «La Messa di San Basilio» di Pietro Subleyras e la «Caduta di Simon Mago» di Pompeo Batoni (entrambi del ‘700). Sull’altare della cappella la «Vergine, S. Bruno e Santi», affresco di Giovanni Odazzi (sec. XVIII). Nel braccio destro troviamo opere di Girolamo Muziano e Giovanni Baglione; sulla sinistra la tomba del generale Armando Diaz (morto nel 1928).

Interessantissima, sul pavimento, troviamo una curiosa meridiana, opera settecentesca di Francesco Bianchini e Giacomo Maraldi. Questa rientra sicuramente nella categoria di strumenti motivati esclusivamente da esigenze di carattere religioso. Fu fatta costruire da Clemente XI. Come modello fu presa la meridiana di San Petronio del Cassini, a Bologna. Fu inaugurata il 6 ottobre del 1702. A causa del rimaneggiamento del Vanvitelli, però, l’impianto perse il carattere di osservatorio astronomico. Una lapide, comunque, ricorda che la meridiana servì da orologio fino al 1846, quando fu sostituita dal cannone del Gianicolo. L’impianto è costituito da due “gnomoni” (quella parte della meridiana che proietta la propria obra, in questo caso è un raggio di sole che entra dal foro di ciascun gnomone), uno boreale ed uno astrale. Quello australe comprende un foro sulla parete Sud, dal quale penetra un raggio del Sole quando questi passa al meridiano superiore. Il foro gnomonico è situato a 20.30 metri d’altezza.

Sempre all’interno della chiesa troviamo un monumento che rende omaggio al famoso pendolo di Galileo Galilei, un prototipo realizzato nel 2000 dall’artista Giuseppe Gallo. Una mano fissata a una barra in perenne oscillazione il cui dito trattiene un globo terracqueo. In questa basilica fu celebrata, per la prima volta nella storia, una messa in memoria di Galileo Galiei per volere di papa Woitila.

Tornando alle opere nella chiesa troviamo ancora opere d’arte: nel presbiterio, sulla parte di destra, il «Martirio di San Sebastiano», affresco del Domenichino, originariamente conservato nella basilica di S. Pietro; nella parete di sinistra «Battesimo di Gesù», opera seicentesca di Carlo Maratta. Nell’abside il monumento funebre di papa Pio IV, attribuito a Michelangelo.

La sacrestia e decorata da pitture di Giovanni Odazzi e Luigi garzi (sec. XVII-XVIII). Nel vestibolo due piccole cappelle laterali, tomba di Salvator Rosa (a sinistra) e di Carlo Maratta (a destra).

Ultimo, ma non per importanza, è parlare dell’Organo monumentale di Formentelli, un organo articolato in cinque corpi distinti. La cassa realizzata in massello di ciliegio selvatico, di costruzione unitaria, ha un prospetto di 16 piedi, un’altezza di 12 metri e una larghezza di 11 metri; le canne di facciata sono in stagno. I motivi decorativi traforati in ciliegio massiccio a nido d’ape, sono disposti a coronamento di ogni cuspide di canne. L’aria è prodotta da una ventola con mantice primario a pieghe parallele che alimenta sei mantici cuneiformi. I tubi portamento in legno di castagno sono foderati di pergamena; i trasporti del vento sono costruiti in piombo. I somieri, secondo le migliori regole dell’organaria sei-settecentesca, sono a tiro, costruiti in rovere di Francia.

Le foto possono sembrare molte, ma vi assicuro che rispetto alle opere d’arte racchiuse in questa basilica sono pochissime, ed un mio consiglio è di andare a vedere questa chiesa che, essendo in prossimità della stazione Termini, più precisamente in piazza della repubblica, è raggiungibile facilmente da ogni parte di Roma.

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