«Borgo nuovo – la principale strada del quartiere… Essa però sarà fortemente cambiata dal nuovo piano regolatore. All’estrema sinistra correrà il lungotevere sul quale sboccherà ponte Vittorio Emanuele, e per cui dovrà demolirsi una parte considerevole dell’Ospedale di Santo Spirito. Il Borgo Vecchio, poi, verrà congiunto al Borgo Nuovo con la demolizione di tutti gli isolati intermedi. Così sarà concesso di vedere in distanza liberamente il prospetto di San Pietro e la cupola si scoprirà quasi tutta su di esso e si rimedierà in buona parte all’errore del Maderno, che prolungando la nave maggiore, ha fatto si che dalla piazza di San Pietro non possa vedersi che una porzione della cupola, contrariamente al progetto del Bramante e Michelangelo».

Questo è quanto si legge nell’undicesima edizione della “Guida di Roma” del Nibby e di Porena, edita nel 1898.

La cultura all’epoca era la trasformazione di Roma da ex capitale del secolare Stato Pontificio a nuova capitale di quello italiano risorto dal Risorgimento. Si pensarono nuovi quartieri tutti figli di uno sventramento a spese di Roma su cui si gettarono, come sempre, gli interessi degli speculatori.

In questo marasma di modifiche, però, si era salvata la “spina dei Borghi” cioè gli edifici compresi tra Borgo Vecchio e Borgo Nuovo. Salvataggio che resistette fino al 1936, quando una variazione del piano regolatore del 1931 decise la demolizione della spina, definita da Paolo Portoghesi come “l’ultimo atto ed il più inglorioso” del regime fascista paragonato alla violenza di un “secondo sacco di Roma”.

Con l’apertura del grande stradone, chiamato via della Conciliazione, la città perdette un pezzo tra i più antichi della Roma medievale e rinascimentale, ma tutto questo non fu sufficiente perché, per linearità maggiore all’intera zona, furono amputati, completati, traslocati, risistemati o pseudoristrutturati tutti gli edifici dei lati esterni dei Borghi Vecchio e Nuovo in modo di allinearli con i giardini di Castel S. Angelo e con il lungotevere che scorreva davanti a questo. Sparì, tra le tante, in piazza Scossacavalli, la chiesa di S. Giacomo. Il palazzo Alicorni su Borgo Vecchio veniva ridotto e ricostruito, mentre si incuneava uno dei due edifici gemelli costruiti ai lati dell’attuale piazza Pio XII (già piazza Rusticucci) quanto restava della chiesa, in parte demolita, di S. Lorenzo in Piscibus.

La fontana che era al centro di piazza Scossacavalli, costruita su progetto del Maderno, fu smontata e trasferita alla fine di un altro smembramento, quello di corso Rinascimento, davanti alla chiasa di S. Andrea della Valle. Sotto il piccone demolitore cadde anche la vecchia chiesa di S. Michele Arcangelo insieme a tutte le case che erano state costruite a ridosso del Passetto. Fortunatamente un affresco rappresentante l’apparizione dell’Arcangelo, fu risparmiato, trasferito nella chiesa della SS. Annunziata che a sua volta fu demolita e ricostruita davanti allo sbocco del ponte Vittorio. La chiesa di S. Giacomo, come abbiamo già detto, andò persa per sempre.

Via della Conciliazione fu ideata con uno spirito “holliwoodiano” negli anni Cinquanta, arredata dal ritmo un po’ pesante di 28 piccoli obelischi che in due file parallele corrono ai suoi lati.

Alla vista del progetto, che già aveva l’avallo di Mussolini, Pio IX si compiacque coni progettisti.

Il Duce alle ore 9 del 28ottobre 1936, vestendo la divisa di comandante della Milizia, giunse a piazza Pia, salì sulla terrazza di un palazzo, e qui sotto lo sguardo di ministri e prelati, diede il primo colpo di piccone. L’8 ottobre 1937 la demolizione di ben 60.000 metri cubi costruiti era terminata.

Il nome di via della Conciliazione fu dato per ricordare il Trattato e il Concordato Lateranesi tra Italia e Santa Sede.

Nel 1915, dopo lo straripare del Tevere, da piazza Pia a piazza Rusticucci, si andava in barca a portare i viveri agli abitanti assediati dalle acque.

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