Velabro è la costruzione di due parole antiche: «vel», espressione etrusca che significa palude e «aurum» che sta ad indicare la sabbia dorata lungo le sponde del Tevere. La zona del Velabro, piccola valle tra Campidoglio il fiume e il Palatino, si trova ad un livello molto più basso rispetto ai luoghi limitrofi e quindi, nei tempi antichi, era spesso inondata durante le piene del Tevere. Per queste piene e per numerosi rigagnoli che vi confluivano, tutta la zona era quasi perennemente invasa da acque stagnanti di una malsana palude. Per questo motivo, già al tempo di Tarquinio Prisco, (VI sec. a.C.), si tentò un’opera di bonifica canalizzando l’acqua nella Cloaca Massima. Fu solo un lieve palliativo; il problema non fu risolto prima del secolo scorso quando si costruirono i grandi muraglioni del Tevere. Oggi la valle del Velabro è una piccola oasi di Roma antica rimasta pressoché inalterata attraverso i secoli, inserita in una più vasta area caratterizzata dagli sventramenti e da diverse alterazioni del tessuto urbano. La strada si allarga nel punto dove sorge l’importante arco di Giano, un tempo punto di sosta e di incontro di mercanti e sensali. L’arco resiste da circa 16 secoli, nonostante abbia subito varie trasformazioni (nel Medioevo i Frangipane gli sovrapposero una torre merlata).

Di fronte troviamo la chiesa di S. Giorgio al Velabro, tristemente famoso perché agli inizi degli anni ’90 fu oggetto di una bomba nascosta in un’auto dal terrorista, se ricordo bene, Lo Nigro mentre i suoi compagni facevano la stessa cosa a S. Giovanni.

La chiesa ha una forma basilicale, perfettamente ripristinata in seguito ad un restauro del 1926 ad opera di Antonio Munoz. Le sue origini sembra risalgano intorno al VII secolo, durante il breve pontificato di Leone II (683-683); allora era dedicata a S. Sebastiano, il quale, secondo la tradizione, sarebbe stato gettato nella Cloaca Massima, dopo aver subito il martirio proprio in questo punto. Circa un secolo dopo il papa greco Zaccaria (741-752) riportò dall’oriente il cranio di S. Giorgio, un soldato ucciso in seguito ad un terribile martirio, durante l’impero di Diocleziano (IV secolo).

Fu allora che la chiesa mutò la denominazione e fu intitolata a San Giorgio. Gregorio IV (827-844) fece costruire il portico e restaurare parte della chiesa; in quello stesso periodo l’abside fu completamente rifatta. Nel secolo XII fu realizzato il campanile a cinque ordini di trifore, inglobato nella navata a sinistra. Alla fine del XIII secolo risale l’affresco, oggi un po’ rimaneggiato, nella conca absidale; pare che a realizzarlo sia stato Giotto o Pietro Cavallini, ma sono solo supposizioni che non trovano fondamento.

I restauri del secolo scorso e quelli eseguiti dal Munoz negli anni Venti, riportarono la chiesa alla sua forma primitiva, togliendo tutto ciò che era stato aggiunto nei secoli.

All’interno fu abbassato il pavimento, che copriva la base delle sedici colonne che dividono le tre navate, al livello originale. La pianta della chiesa è assai irregolare, restringendosi verso l’abside; probabilmente fu costruita seguendo l’andamento delle fondazioni di precedenti edifici.

Bellissimo l’altare maggiore di foggia cosmatesca, sorretto da colonnine, con la sottostante confessione che raccoglie le reliquie del Santo. Le quattordici finestre laterali, risalenti al Medioevo, furono riaperte durante il restauro del Munoz. Sulle pareti troviamo numerose lapidi e frammenti dell’antica Schola Cantorum. La facciata è preceduta da un portico medievale sostenuta da quattro colonne con capitello ionico e da due pilastri angolari in mattoni. Ai lati due teste di leone recuperate, forse, da un antico portale.

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