I romani hanno da sempre avuto una passione per le corse dei cavalli e a testimonianza a Roma troviamo i ruderi del più grande stadio di tutti i tempi: il Circo Massimo.

Posto tra il colle dell’Aventino e quello del Palatino, ha una lunghezza di 600 metri di pista.

Facciamo qualche passo indietro, fin dalla preistoria, il posto era luogo di raduno per i pastori e gli allevatori di bestiame del Lazio e della Sabina, che qui celebravano le feste in onore del dio Conso, le “Consualia”, durante le quali avvenne il famoso “Ratto delle Sabine”.

Fu proprio in questa zona che venne edificato il più grande ippodromo di tutti i tempi: il Circo Massimo. I Tarquini, re etruschi, posero in opera il primo nucleo, con file di sedili divisi secondo i vari ordini della popolazione: patrizi, cavalieri e plebei.

La costruzione fu resa possibile in seguito al drenaggio della valle, prima acquitrinosa, che venne prosciugata e livellata con un maestoso lavoro di bonifica, convogliando le acque nella Cloaca Massima. I primi sedili e le prime strutture divisorie erano in legno.

Nel IV secolo furono costruiti, sempre in legno, i “carceres”, gli stalli per la partenza dei carri da corsa, le famose bighe e quadrighe, che dovevano compiere sette giri del Circo, per un totale di otto chilometri.

Nel II sec. a.C. furono costruite le prime strutture in muratura, con decorazioni marmoree e con una serie di botteghe, taverne e locali, che si aprivano tutto intorno al perimetro del Circo.

Nel 196 a.C. L. Setino eresse sul Circo Massimo un fornice (apertura ad arco) adorno di statue dorate e nel 170 a.C. furono rinnovati dai censori i “carceres”, le mete e tutte quelle attrezzature adibite alle corse dei cavalli e ai vari giochi che si svolgevano all’ippodromo: oltre alle corse delle bighe e quadrighe si tenevano le “cacce” alle belve feroci, si tenevano anche rappresentazioni teatrali, spesso di argomento mitologico.

Sulla “spina” che divideva la pista nel senso della lunghezza, si ergevano statue issate su colonne.

Con Giulio Cesare, il Circo Massimo ebbe finalmente una struttura stabile, in muratura e travertino, a cui il dittatore mise mano nel 46 a.C., per preparare il suo ingresso trionfale in Roma.

Dionigi di Alicarnasso ce ne da una dettagliata descrizione: era di enormi dimensioni, con una vastissima “cavea” (gradinate per gli spettatori) suddivisa in tre ordini di posto, di cui quello inferiore conteneva sedili di pietra, mentre i due superiori erano dotati di sedili di legno, per un totale di ben 300.000 posti. Tutto intorno correva l’”Euripo”, un canale d’acqua largo e profondo 10 piedi, circa tre metri, che serviva ad evitare che, durante le “cacce” con le bestie feroci, queste potessero saltare sugli spalti e così aggredire gli spettatori, come era avvenuto nel teatro di Pompeo durante gli spettacoli per la consacrazione del tempio di Venere Vincitrice.

I romani, come gli etruschi, erano grandi allevatori di cavalli e per le corse delle bighe facevano un tifo sfrenato e violento: ogni volta ci scappavano, sugli spalti, decine di morti, in seguito ai tafferugli e alle vere e proprie battaglie tra le tifoserie.

Come già abbiamo detto i giri della pista da fare erano sette e a questo riguardo Agrippa, nel 33 a.C., fece collocare sulla “spina” un grandioso piedistallo, che sosteneva sette delfini, uno per ciascun giro di pista. Man mano che le bighe completavano un giro un delfino si abbassava, in modo da indicare ai corridori in pista ed al pubblico, quanto mancava alla fine della corsa.

Nel 31 a.C. il Circo massimo fu danneggiato da un grande incendio e Augusto lo riparò, collocando all’estremità della “spina” un obelisco egizio dedicato al sole per commemorare la conquista dell’Egitto. Oggi quell’obelisco lo troviamo al centro di piazza del Popolo.

Ci fu un altro incendio e Tiberio, nel 36 d.C. lo restaurò di nuovo. Claudio costruì i “carceres” in marmo e le “mete” intorno alle quali correvano i cavalli in piena velocità rivestendole di bronzo dorato.

Sugli spalti del Circo Massimo c’erano i posti assegnati ai senatori e Nerone allargò la capacità della “cavea” per assegnare un posto fisso ai cavalieri, sopprimendo l’Euripo e restringendo l’arena.

Il famoso incendio, di cui fu accusato ingiustamente Nerone, si sviluppò proprio intorno alle botteghe il legno che circondavano il Circo Massimo dalla parte dell’Aventino, propagandosi poi per tutto l’ippodromo. Nerone era amante delle corse con i cavalli, che guardava dall’alto della sua villa sul Palatino, quindi si apprestò a restaurarlo con sollecitudine e nel 68 lo utilizzò per il suo trionfo.

Nell’81 ci fu un’altra restaurazione in occasione degli spettacoli in onore di Tito per il buon esito della guerra giudaica. Ancora un incendio ci fu al tempo di Domiziano che provvide alla sua ricostruzione seguito da Traiano.

Al tempo di Antonino Pio e di Diocleziano l’ippodromo raggiunse una dimensione grandiosa con l’aggiunta di nuovi spazi alla già enorme “cavea”. Costantino, poi in un restauro successivo, fece collocare all’altra estremità della “spina” un altro obelisco, quello che attualmente troviamo a S. Giovanni in Laterano.

La chiesa condannò le esibizioni del Circo, ma non bastò a far cessare gli spettacoli, al tempo di Teodorico era ancora al suo massimo splendore. Gli ultimi spettacoli furono quelli di Totilia nel 549 d.C. A quel tempo erano già, però, cominciate le espoliazioni, prima furono asportate le statue e le decorazioni in marmo, poi, come successe ad altri insigni monumenti come il Colosseo, furono asportati migliaia di blocchi di travertino usato per il rivestimento delle gradinate, marmi che vennero frantumati per farne calcina nelle “calcarare”

Nel Medioevo poi non fu più frequentato e pian piano divenne una zona agricola.

Nel XII secolo diventa una fortezza, un complesso fortificato “in capite Circe” (all’estremità del Circo), con la Torre dell’Arco o “Torre della Moletta”, che ancora oggi possiamo vedere dalla parte verso il complesso della FAO, chiamata così perché vi era la mola di un mulino, azionata da un corso d’acqua: la Marrana Mariana.

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