La sua posizione indubbiamente non è tra le più felici: seminascosto dal fitto fogliame dei platani di Lungotevere Cenci e sminuito dal confronto con la ridondante architettura della sinagoga di Armanni e Costa, il villino Astengo passa generalmente del tutto inosservato a turisti e cittadini. Ed è un vero peccato, perché si tratta di uno dei più eleganti villini liberty di Roma, opera di un architetto poco noto, Ezio Garroni, interprete sensibile delle raffinate istanze stilistiche dell’«art nouveau», che all’inizio del nostro secolo tentarono, con scarso successo, di penetrare nell’ambiente culturale romano, ancora saldamente ancorato alla tradizione eclettica.

Uno spiraglio per l’introduzione del linguaggio proveniente dalle grandi correnti architettoniche europee venne offerto proprio nel primo decennio del Novecento, quando il sindaco di Roma Ernesto Nathan, commissionò ad Edmondo Sanjust un nuovo piano urbanistico, che sostituisse quello del 1883. Approvato nel 1909, il piano Sanjust prevedeva la costruzione, tutto intorno alla «città storica», di tre tipi di abitazione, tra cui i «villini», edifici a due o tre piani inseriti in una limitata zona di verde. La possibilità offerta da questa categoria di stabili, determinò, in assenza di una vera e propria scuola architettonica, un proliferarsi di stili e tematiche diverse, sospese tra la ricerca di un’effettiva originalità e l’ispirazione a collocarsi in un ambito europeo.

Gli elementi caratterizzanti di questa autentica proliferazione stilistica sono logge, torri, terrazze, balconi, altane e soprattutto una decorazione estremamente ricca, con stucchi, maioliche, affreschi, mosaici e ferri battuti. All’interno di queste tipologie legate alla costruzione dei villini residenziali si inserisce il Villino Astengo di Garroni, datato 1914, dalla semplice struttura nobilitata da preziosi interventi decorativi tratti dal repertorio del liberty europeo. L’edificio rivela l’attenzione quasi maniacale nello studio dei dettagli. Dalle finestre ad arco sormontate da lunette dipinte a disegni geometrici, divise in due sezioni da elementi decorati con raffinati motivi floreali, fino alle leggere volute delle balaustre in ferro dei cancelli di ingresso al giardinetto retrostante; dai quattro affreschi in cima alle lesene angolari, opere del pittore Giuseppe Zina, con le raffigurazioni, in chiave simbolica, di Giustizia, Scienza, Legge e Verità. (queste ultime verso il Tevere sono quasi scomparse) fino all’architrave della porta di ingresso dal giardino, ornata da una testa femminile concepita in pieno rispetto del gusto «art nouveau» dell’epoca, il Villino Atengo costituirà, per gli amanti di questo stile, una piacevole scoperta.

In una Roma dominata da istanze architettoniche profondamente diverse il Villino Astengo costituì un’interessante alternativa

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