Non pochi dovevano essere i cuori in pena tra gli aristocratici e la nobiltà romana del Sei-Settecento, se proprio in quel periodo le cronache registravano un considerevole numero di matrimoni annullati. Provvedimenti riservati, però, soltanto ai coniugi che potevano permettersi il lusso di pagare salate prebende. I comuni mortali che incappavano in matrimoni infelici erano inevitabilmente destinati a sopportare con cristiana rassegnazione l’impossibile consorte, vita natural durante.. La complicata prassi burocratica, le indagini, gli accertamenti, richiedevano infatti, lungo tempo e larghe spese. In compenso il risultato era quasi sempre favorevole al coniuge richiedente (generalmente giovani mogli insoddisfatte). Motivo: il più frequente era la verginità accertata ancora qualche tempo dopo le avvenute nozze (matrimonio non consumato). Cause: non di rado impotenza o pederastia. E ciò era possibile in quanto spesso le nozze venivano programmate dalle famiglie all’insaputa dei diretti interessati. Talvolta, anzi, i «promessi sposi» si incontravano per la prima volta direttamente davanti l’altare. In genere tali matrimoni erano organizzati per incrementare ricchezze o per sollevare le sorti di illustri blasoni e, comunque, per precisi motivi di ordine economico o politico. Un matrimonio che a Roma destò un notevole clamore, e il cui annullamento diede luogo ad insolite manifestazioni di giubilo, fu quello contratto tra il principe Doria e la principessa Tursi. Quest’ultima era ricorsa all’apposita Congregazione Cardinalizia accusando apertamente il principe consorte di manifesta impotenza. E la Congregazione, costituita da 21 membri di cui solo 3 assenti, dopo lunga discussione diede ragione alla principessa con 13 voti favorevoli e 5 contrari e con il rescritto « pro dispensatione matrimoni rati et non consumati ». Era il 14 gennaio 1741. La notizia fece rapidamente il giro di Roma e la sentenza fu salutata con evidenti segni di simpatia nei confronti della giovane e ricchissima principessa. Una nutrita schiera di popolani si recò a rullare i tamburi sotto l’abitazione della nobildonna al Tritone, e il sacrestano della chiesetta dell ‘Angelo Custode, prossima al palazzo (ora demolita e dove la Tursi si recava tutte le mattine a messa), si mise a suonare le campane a festa, contribuendo ad aumentare il raduno della gente, tanto che, per diradare la folla, fu necessario l’intervento degli sbirri del bargello. Poi gli entusiasmi si placarono, ed il successivo 27 febbraio un anonimo cronista riferisce che la giovane principessa si era ritirata nel monastero di S. Brigida in Trastevere per fare gli esercizi spirituali, mentre aumentavano « gli pretenzori delle nozze con la medesima la cui bellezza della dote supplisce alla poca o niuna bellezza del corpo». E in questa semplice ed esplicita affermazione è racchiuso tutto il dramma della nobile coppia. Si venne infatti a sapere che il principe Doria, tutt’altro che impotente, aveva sposato la principessa Tursi « unicamente per rinsanguare con la vistosa dote il suo smunto blasone » e che all’atto pratico aveva preferito essere tacciato di impotenza piuttosto che cadere fra le braccia della ricchissima e racchissima consorte.

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