Fin dai tempi antichi i poeti romani hanno osannato il Tevere, attribuendogli il merito e il vanto di primo contribuente alle fortune di Roma. In un tempo molto lontano, la sua acqua era considerata potabile, ed era di gran lunga preferita a quella degli acquedotti o attinta dai numerosi pozzi. In città, quasi tutta la classe medica la raccomandava per le sue benefiche qualità. Non solo, ma tale ne era la predilezione, che perfino i pontefici reclamizzavano la sua bontà e la pretendevano sempre sulla propria tavola. A questo proposito, papa Paolo III (eletto nel 1534), durante il viaggio a Nizza, dove avrebbe incontrato l’imperatore Carlo V, volle nel suo seguito una fila di asini per trasportare barili pieni di acqua tiberina. L’entusiasmo cessò quando il medico fiorentino Giambattista Modio dimostrò in un suo scritto che l’acqua del fiume non solo non era potabile, ma addirittura causa di molti malanni. Nel tempo il Tevere fu definito “ceruleo”, cioè azzurro come il cielo, o “biondo” per il colore delle sabbie rapinate dai terreni che questo serpentone di 400 Km drenava e trasportava con i suoi mulinelli fino al mare di Ostia, sopratutto durante le frequenti piene. Per questo motivo, passando per la città, trasformava la capitale almeno ogni 25 anni in una sconfinata, melmosa pozzanghera. Di siffatti “diluvi”, così la gente chiamava gli straripamenti del fiume fino al Cinquecento, la più antica memoria storica è legata ai due gemelli Romolo e Remo, la cui salvezza era andata ad imbrigliarsi tra i rami di un «ficus ruminalis» che sporgeva da un’enigmatica grotta alle pendici del Palatino. Nel natale del 1870, quando Roma era appena diventata capitale d’Italia, le autorità cittadine decisero di porre un rimedio definitivo al millenario flagello. Rimedio che fu trovato nella costruzione di muri di sponda, ai quali si era già pensato nel Cinquecento, meglio noti come “Muraglioni”. Anche se tutt’ora qualcuno rimpiange la “distruzione del paesaggio pittoresco”, grazie ai muraglioni Roma non fu mai più sommersa; neppure in occasione dell’eccezionale piena del 1937. I nomi del Tevere sono decisamente numerosi: oltre a quello che si sarebbe poi affermato, Tiberis, si conoscono quelli di: Albula, Serra, Tarentum, Coluber e Rumon. Non pare che Albula sia di origine etrusca. Probabilmente deriva da vocaboli italici e latini; il termine è infatti di origine indoeuropea, la cui radice “alp” o “alb” significa altura. Secondo lo storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d. C.), il termine Albula sarebbe stato mutato in Tiberis dopo che il re albano Tiberinus era annegato fra le sue acque. Rumon è di origine etrusca ed è l’unico che rivela una certa connessione etimologica con Roma. Non si può parlare del Tevere senza affrontare la misteriosa storia dell’Isola Tiberina. Quella fascia di terra a forma di nave, che sicuramente ebbe funzione di “traghetto” da una riva all’altra del fiume, contribuì alla nascita di Roma sui colli della sponda sinistra. Una curiosa leggenda sulla sua origine la lega alla cacciata di Tarquinio il Superbo, quando Roma, rovesciato il regime monarchico per costituirsi repubblica (510 a.C.), lasciò al saccheggio i beni immobili del re etrusco. Le sue proprietà costituivano un copioso bottino: si sa con esattezza, infatti, che gli apparteneva tutta la pianura poi detta Campo Marzio, seminato a grano. Lo scrittore greco Plutarco (56-125 d. C. circa) racconta la vicenda nelle sue «Vite parallele»: ” … La parte più ridente che apparteneva al re, fu consacrata a Marte. Per caso era stato appena mietuto e giacevano ancora al suolo i covoni, ma poiché il terreno era ormai consacrato, non si stimò lecito trebbiarli né farne uso; quindi tutti i Romani insieme corsero a gettare i covoni nel fiume… E fu così che secondo la leggenda si creò un banco che si ingrandiva continuamente, fino a raggiungere un’estensione tale da raccogliere la maggior parte dei detriti che il fiume portava con se. Esso costituisce ora un’isola sacra di fronte alla città, che ospita templi di dèi, e viali; il nome latino significa isola tra due ponti”. Questa è la vicenda. Scientificamente parlando, invece, la formazione geologica dell’isola è di origine vulcanica, lo stesso materiale dei vicini colli, il Campidoglio e il Palatino. Per questo, senza troppa ironia, si potrebbe dire che l’Isola Tiberina è il più basso dei colli di Roma. Mentre il fiume scorre e i secoli cambiano l’aspetto della città, i più eloquenti testimoni di 2.700 anni di storia restano i luoghi e i monumenti affacciati sul Tevere che da sempre conserva la memoria delle loro vicende riflessa sullo specchio d’acqua.

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