Toccò a Clemente XI “l’onore” di condannare a morte, nel 1708, il primo giornalista o “fogliettante” come allora veniva chiamato, che la storia ricordi; si trattava dell’Abate Filippo Rivarola, accusato dal Papa di aver tentato di lacerare la sua reputazione con «il dente ferino delle sue furiose mordacità».

Accusato di aver stretto rapporti con gli eretici, e di aver con i suoi scritti offeso l’autorità papale, Rivarola venne sottoposto ad atroci torture, tra le quali, l’orribile veglia, e condannato poi dal Tribunale del S. Uffizio alla pena capitale alle 12 del 4 Agosto 1708. Ma il povero abate, provato dalle torture, era febbricitante e già avviato verso la fine, tanto che per non rischiare che morisse prima, l’esecuzione venne fissata per le 17 dello stesso giorno sulla piazza di Ponte S. Angelo; ma ecco il resoconto di un cronista dell’epoca: « … il Maestro di Giustizia, (il boia) dopo averle messa e più volte aggiustata la testa, quale non era a giusto filo della mannaia la quale gli tagliò un pezzo di mento: ma per rimediare prese il mannarino (l’accetta) e gli tagliò con questo il resto del collo, che stava attaccato ad una ganascia; in questo mentre si levò un gran sussurro di popolo contro il Carnefice, essendogli anche tirate delle sassate … »

Il disprezzo assoluto, l’incapacità e la ferocia del boia, scatenarono infatti nella piazza pericolosi tumulti, sedati a fatica dai soldati.

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