Santa Maria della Vittoria, uno tra i più celebri monumenti barocchi al mondo.
La sua fama è fin troppo legata alla Santa Teresa del Bernini, ma non è il caso di trascurare la chiesa, orgogliosa del nome che ha.
Il fatto storico è noto: alla vigilia della grande battaglia per la conquista di Praga, occupata dai protestanti “heretici” avvenuta nel 1620, un frate allampanato e scarnito dalle penitenze e dall’Amor di Dio, che seguiva l’esercito cattolico e imperiale, Fra Domenico di Gesù, trovò tra il fango di una strada una tavoletta con la Madonna, il Bambino, S. Giuseppe e due pastori, tutte figure atrocemente sfregiate da un ignoto Heretico, che però non aveva avuto la forza di riservare lo stesso trattamento al Santo Bambinello, e vide in questo fatto un segno divino. In pratica lo fu; per lo meno funzionò come se lo fosse, diranno i più scettici. In ogni caso l’esercito imperiale, fin allora sfiduciato e in posizione di svantaggio, fu straordinariamente ravvivato da questo “messaggio” divino. Il bravo frate corse qua e là per un’intera giornata, mostrando la Santa Immagine, già provvisoriamente da lui restaurata, e tutti e spronando sia i comandanti sia gli ultimi fantaccini. Quello che all’alba seguente, mosse verso la città boema, era un altro esercito: galvanizzato e rinvigorito, riportò una piena vittoria e riconquistò Praga. Benché l’immagine attuale sia solo una copia (peraltro si dice fedele e scrupolosa) di quella originaria, distrutta da un incendio nel 1833, essa resta sempre un fulcro storico del Cattolicesimo.
Una chiesina che qui sorgeva fu rifatta con intenti di magnificenza per ospitare degnamente l’Immagine: i lavori, iniziati intorno al 1620 sotto la guida di Carlo Maderno, erano già compiuti nel 1622, quando con un solenne corteo, fu compiuta la Traslazione. Mancava solo la facciata, aggiunta però sollecitamente e terminata nel 1626 da Giovambattista Soria. Pagò le spese il cardinale Scipione Borghese; in compenso i frati gli regalarono un prezioso Ermafrodito ellenistico saltato fuori durante gli scavi da qualche edificio romano semisepolto.

L’interno è a una sola navata, a croce latina, non vasta ma incredibilmente ricca di stucchi e pitture. Forse tutta la sgargiante decorazione di ori e di stucchi, marmi, tranne forse le figure più contenute che occupano i pennacchi degli archi di alcune cappelle, sono stati aggiunti più tardi da quella legione di amici, seguaci, allievi, figli, che rappresentano la scuola berniniana. Il Bernini lavorò per circa due anni alla sua Santa Teresa. Ci sono comunque altre opere stupende in questa chiesa come il Trionfo dell’Assunta e la Caduta degli Angeli Ribelli del perugino Domenico Cerrini. Ma torniamo all’opera più famosa: Santa Teresa del Bernini.

Nell’osservarla bisogna rammentare sempre che è la rappresentazione di una Santa, perché l’aria estatica ed il fuoco che arde i suoi tratti potrebbero facilmente ingannarci. L’Angelo potrebbe benissimo essere preso per A’amore e Teresa per sua Madre o per una bella vittima della malizia di Cupido. Per comprenderla bisogna assorbire profondamente l’atmosfera seicentesca dell’intera Cappella Cormaro. Eretta per conto del cardinale Federico Cornaro nel 1647, la cappella si impernia su una grandiosa edicola a pianta convessa, adorna di quattro colonne corinzie di marmo africano che reggono il movimentato frontone che sormonta l’altare. Le quattro porte laterali in alabastro sottostanno a due nicchie prospettiche con parapetto dai quali si affacciano, conversano e pregano dinnanzi alla Sacra Rappresentazione i membri della famiglia Cornaro, scolpiti da discepoli del Bernini. Uno tra loro, sembra sia del Bernini stesso. L’insieme, volutamente teatrale, è geniale e di grande effetto. La luce, grande alleata del Bernini piove a raggiera sul gruppo da una apertura sulla volta, creando suggestive penombre; l’abbandono estatico della Santa si percepisce sotto il pesante saio carmelitano sconvolto in uno stupefacente insieme di pieghe che annienta la forma corporea, di cui non si scorgono altro che le dolcissime mani e un piedino che pende nel vuoto. Un anelito doloroso e ansante , che turba le membra delicate, traspare dalle palpebre abbassate, dalla bocca dischiusa, dal soave volto affilato, mentre il delizioso Angelo contempla commosso la Santa prima di trafiggerla con il suo dardo. Tutto ciò può sembrare eccessivo, o almeno eccessivamente sensuale, se non si conoscono le parole con le quali la stessa Santa Teresa d’Avila descrive la sua meravigliosa esperienza: “ … Dio volle che io vedessi alla mia sinistra un Angelo sotto forma corporea. Non era grande, ma era bellissimo; il suo viso ardente indicava ch’egli doveva appartenere a quell’ordine della Gerarchia Celeste dove gli Angeli pare che brucino. Li si chiama, credo, i Serafini; giacché quando gli Angeli mi appaiono in cielo, vedo che vi sono differenze tra loro, ma non so esprimerle in parole. Aveva in mano un lungo dardo d’oro, dalla cui punta di ferro usciva una fiamma … Mi colpì tosto il cuore fin nelle fibre più profonde e mi parve che, nel ritirarlo, ne portasse con se i lembi. Poi mi lasciò interamente incendiata dell’Amor di Dio. Il dolore era tanto vivo da strapparmi dei gemiti, ma la soavità che lo accompagnava era tanta che non avrei voluto che quella sofferenza mi fosse tolta. Perché questa soavità non era altra cosa che Dio stesso. Questa sofferenza non è corporea, ma spirituale, benché il corpo non vi sia del tutto estraneo.

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