Entrando casualmente si ha l’impressione di sentirsi ospiti non graditi. La scenografia è di sapore medievale: decine di persone abbigliate nelle vesti della loro confraternita cantano sulle note di un organo.

E’ domenica mattina ed ci troviamo in via S. Giovanni Docellato e più precisamente nella chiesa di S. Eligio dei ferrari, proprietà della confraternita dei Fabbro-ferrai , dove gli ultimi confratelli perseverano l’antica tradizione di una delle più potenti corporazioni di mestiere nella storia della città. Una corporazione attraverso le cui secolari vicende affiorano squarci particolarmente stimolanti di vita materiale e religiosa della vecchia Roma.

Quando nel 1509 i fabbri-ferrai romani, una delle più consistenti corporazioni di mestiere della città, presero la storica decisione di distaccarsi dagli orafi e dai sellari con cui erano stati uniti per tanto tempo, le arti fabbrili comprendevano una costellazione stupefacente di mestieri. C’erano quelli che con linguaggio moderno potremmo definire mestieri garantiti, sempre in voga, marescalchi, chavari, armaioli, calderari, coltellinari, spadari. Della corporazione facevano parte anche le occupazioni precarie, legate cioè al capriccio ed alle esigenze di un’epoca e che scomparivano quando il loro prodotto entrava in disuso.
E’ il caso di corazzinari, fabbricanti di corazze particolari di un solo pezzo, dei palla magliari, costruttori del gioco della pallamaglia, dei cozzoni e tantissimi altri. Agli esordi del XVI secolo, quindi i destini dei fabbri e degli orafi si separano definitivamente. Questione di inconciliabilità o più probabilmente di sovrabbondanza: la conseguenza immediata fu la costituzione di due corporazioni, di due arciconfraternite separate e, ovviamente, anche di due chiese diverse, anche se trascorse mezzo secolo prima che i fabbro-ferrai potessero finalmente edificare nel 1562 un tempio tutto per loro che assunse il nome di S. Eligio dei Ferrari.
Non a caso scelsero come patrono S. Eligio, il vescovo di Noyon che durante la sua esistenza aveva esercitato la professione sia di orafo che di fabbro ed era, guarda caso, lo stesso santo protettore degli orefici (che ben 46 anni prima erano riusciti a costruirsi la chiesa di S. Eligio degli Orefici nei pressi di via Giulia). Fin dalla sua nascita quindi, come poche chiese a Roma, S. Eligio dei ferrari lega indissolubilmente il suo destino, i suoi arricchimenti ed abbellimenti alle inziative ed alla passione dei componenti di una corporazione di mestiere.

Un sodalizio a cui non era semplice entrare con un particolarissimo rituale per essere ammessi all’Università. Oltre ai giuramenti di fedeltà erano sottoposti ad un esame di abilità che consisteva nella costruzione del cosiddetto “capodopera” .
A Roma in realtà le Università e corporazioni di mestiere solo raramente riuscirono ad esercitare un ruolo politico incisivo, fagocitate dal papato e dalle grandi famiglie nobili. A differenza che in altre città prosperarono sotto l’ala della signoria temporale dei pontefici e non è un caso che i primi documenti sulla “schola” dei ferrari, che risalgono al XII secolo, si riferiscano alle prestazioni dovute ai fabbri per l’incoronamento dei vari pontefici.
La piccola chiesetta è quasi perennemente chiusa, la sola possibilità di visita è la domenica mattina quando apre per la messa, un tempo brevissimo che va dalle 7,30 alle 8,00. Alla facciata di stile rinascimentale si contrappone un caldo interno barocco, tutto oro e stucchi che conferisce alla chiesa l’aspetto di un palazzo patrizio. Una “laicità” che trova spiegazione nella storia degli abbellimenti successivi che S. Eligio ha subito nei secoli. La pianta è ancora quella originaria, con una sola navata e tre altari per lato; le ricche decorazioni in marmi policromi (giallo di Siena, fior di pesco, giallo veneto ecc.), le eleganti tarsie multicolori, gli ori, gli stucchi armonicamente diffusi in tutto l’interno invece sono frutto dei pazienti e graduali sforzi delle diverse corporazioni dell’Università. Basta osservare, per tutti, il ricco altare di S. Antonio abate, appartenete all’Università dei Marescalchi, restaurato nel 1730, con preziose colonne in rosso e i capitelli di ordine composito in bianco di Carrara.

Di stupenda fattura è il soffitto ligneo. Realizzato alla fine del XVI secolo, ricalca i più noti modelli cinquecenteschi ed emana un calore tutto proprio per la fitta decorazione delle cornici, dei fregi e delle bordure. Propria sopra l’ingresso la minuta cantoria costruita nel 1690 per accogliere l’organo che ancora oggi accompagna le funzioni della chiesa. Nel pannello centrale la scritta “UNIVERSITA’ DE GIOVANI LAVORANTI DE CHIAVARI DI ROMA ANNO 1690” è lì a ricordare nei secoli che la cantoria fu donata alla chiesa dai più umili componenti dell’arte, i garzoni dell’Università dei Chiavari di Roma.

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