Il cammino di S. Pietro in una Roma a lui ostile, è fatto di innumerevoli tappe, la più famosa è quella conosciuta da tutti con l’espressione “Quo Vadis” e ricordata con la piccola chiesa sull’Appia Domine Quo Vadis, ma c’è un’altra chiesa che ricorda una sua tappa antecedente a quella. Va ricercata nella chiesa dedicata ai Ss. Nereo e Achilleo, nota a molti come il “Titulus fascicolae”. Qui infatti, fuggendo dalla città immensa dove la ferocia dell’imperatore si accaniva contro i cristiani, S. Pietro sostò un attimo per riposarsi.
Riprendendo la fuga per la via Appia lasciò cadere una fascia che gli proteggeva una piaga prodottasi dalle catene della prigionia. Come poi una reliquia così strana sia stata conservata per secoli e secoli, è una cosa che non si spiega, o che, meglio, si può spiegare solo con la Fede, in molti casi capace di trasformarsi in pura poesia. Quella “fasciola” potrebbe essere anche soltanto un simbolo, ma qualunque cosa sia oggetti e simboli diventano semplici catalizzatori di uno spiritualismo che è innato dentro di noi, ma che non sempre può rivelarsi. Questo è uno dei motivi per cui questa chiesa è tanto suggestiva, ed un altro è la profonda sensazione di solitudine che vi si prova, non solo, il suo interno continua ad essere, quasi contro le leggi dell’acustica, un incredibile oasi di silenzio. La sua facciata, così appartata nella sua dignitosa e altera modestia, si distacca da tutto il mondo affannato che la circonda, la chiesina stende davanti a se due brevi mura come per abbracciarci ed isolarci, invitandoci a fuggire non, come S. Pietro le persecuzioni di un imperatore, ma tutti gli allettamenti di una società sempre più vacua e squallida. Un terzo aspetto della chiesa non meno sorprendente è il carattere medievale e romito che vi è rimasto come imprigionato, nonostante i due rifacimenti del ‘400 e del ‘500.

Le più antiche notizie della chiesa la fanno risalire al 337: questo modesto e quasi dimenticato edificio , il “titulus”, sarebbe quindi pressoché contemporaneo alle primissime chiese cristiane, quelle erette subito dopo la conversione di Costantino. Di certo la chiesa fu ricostruita e ampliata, non quindi fondata, da San Leone III, pontefice dal 795 all’ 816. La facciata, così umile e sobria, rasenta l’estrema povertà; non si può negare il fascino di quella che fu indubbiamente una precisa scelta dei committenti durante le ricostruzioni del ‘400 e del 1597. Risaltano il semplice protiro (una parte del portale) a due colonne e, nel breve sagrato, un’altra colonna romana sormontata da un capitello con teste leonine e dalla Croce.
L’interno è a tre navate divise da pilastri a sezione ottagonale, ma le timide forme rinascimentali non alterano affatto il suo carattere medievale. Tutto sembra realizzato per mettere i risalto le opere autenticamente medievali, sia quelle create apposta per la chiesa, come il mosaico dell’arcone absidale, che risale a San Leone III, sia quelle trasportate qui in un secondo tempo. Le opere che abbelliscono la chiesa furono in parte eseguite per ornare queste navate, altre provengono, invece, da S. Paolo fuori le Mura, altre ancora furono eseguite rimettendo in opera marmi romani provenienti dalle vicine Terme di Caracalla.

Pomarancio

Gli altari vennero composti o ricomposti con colonne antiche (notevoli quelle che reggono il ciborio a baldacchino sopra l’altare maggiore, e le pareti furono ricoperte dal Pomarancio con pitture ampie e movimentate ma assai discrete anche dal punto di vista cromatico, forse per dar maggior risalto al mosaico dell’arcone.

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